"Il confine incandescente tra visibile ed invisibile"
| Ritratto di Andrea Zucchi, foto di Antonio De Luca |
Nell’ambito della fatale, sotterranea attrazione e ormai accettato ritorno
della pittura, le strade percorse sono state principalmente due: quella del
recupero e utilizzo di immagini digitali o fotografiche, riproposte in chiave
pittorica e quella del disfacimento della forma, espressa in chiave astratta e
informale. Indipendentemente dalla consapevolezza generale o dalla libertà
individuale, l’anarchia istituzionalizzata e i percorsi alternativi sono ormai
una realtà. Uno dei più grandi artisti di oggi, Gerhard Richter, cambia infatti
genere e stile ed attinge continuamente dalla Storia dell’Arte: le sue
composizioni sono generalmente fotografie, immerse e deturpate dal pigmento del
colore.
Per comprendere invece il lavoro artistico di Andrea Zucchi, bisogna
partire dalle esclusioni. Lui non è un freddo pittore concettuale, non un è
tardo manierista classicheggiante, non è un asettico figurativo pop e neppure un
espressionista selvaggio con derive Pulp. Come Alberto Burri, che si schermiva quando
lo definivano un artista e voleva essere chiamato pittore, Andrea Zucchi ha
sempre privilegiato lo strumento pittorico, che nel tempo si è prestato a
diverse interpretazioni, determinate dal libero uso dell’iconografia.